Tre film che dimostrano che l’istruzione fa la differenza nel mondo

PRECIOUS (2009)

Nel 1987 ad Harlem vive l’adolescente Precious, obesa e semianalfabeta.

Violentata dal padre, ha dato alla luce una bambina con la sindrome di Down, e deve sopportare le quotidiane umiliazioni da parte della madre Mary. Precious rimane nuovamente incinta e la scuola la espelle.

Grazie alla direttrice, la ragazza viene mandata in un istituto per ragazzi con problemi sociali.

La sua nuova insegnante Blu Rain le impara a leggere e a scrivere; incontra poi l’assistente sociale Miss Weiss, che viene a conoscenza di chi è il padre dei suoi figli.

La madre la informa che il padre è morto di AIDS e Precious si scopre sieropositiva, mentre Abdul, il suo secondogenito non lo è.

La ragazza e sua madre si incontrano per l’ultima volta e la sua assistente sociale scopre così gli abusi subiti da Precious fin dall’età di tre anni. La madre prega la signorina Weiss di aiutarla a far ritornare sua figlia a casa, ma lei rifiuta quando scopre la gravità degli abusi.

Precious, decide infine di migliorare la sua vita e quella dei suoi figli, troncando i rapporti con la madre e progetta di completare l’esame di scuola superiore.

Il film ci dimostra come la protagonista ha conosciuto soltanto gli aspetti più brutali degli esseri umani. Ha un padre assente che abusa di lei, e una madre che al posto di proteggerla è gelosa del marito.

Il regista lascia emergere le ingiustizie e le discriminazioni che dipendono da un servizio di assistenza sociale molto superficiale, a cui va aggiunta l’incapacità di un’istituzione scolastica che bada solo alla forma.

Interessante il contrasto fisico della figura “ingombrante” della protagonista con gli ambienti in cui si muove, i quali sembrano non volerla accogliere.

La storia di Precious rappresenta il tempio dell’istruzione, la celebrazione di un atteggiamento propositivo nei confronti della vita. Ed è soprattutto la dimostrazione mai banale, che anche una ragazza come lei può essere unica.

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SCHOOL OF ROCK (2003)

Dewey Finn è uno squattrinato musicista che sogna di diventare un divo del rock. Durante un concerto con la sua band Dewey, si mette in mostra facendo stage diving, cadendo rovinosamente per terra tra il dissenso del pubblico. Si presenta alle prove un paio di giorni dopo e scopre di essere stato rimpiazzato da un altro chitarrista.

Rimasto senza lavoro e bisognoso di soldi per pagare l’affitto, Dewey pur di ottenere un posto da supplente in una scuola della città si finge il suo coinquilino Ned, rivelandosi di lì a poco un insegnante senza regole.

Aggirandosi per la scuola, passa per caso dal laboratorio musicale e nota le grandi doti degli studenti, limitate dai rigidi metodi della musica classica.

La sua idea è quella di partecipare ad una gara tra rock band.

Grazie all’ascolto di canzoni che hanno fatto la storia del rock, i ragazzi cominciano ad appassionarsi.

Il giorno della bara la band si presenta in ritardo all’audizione e per questo viene respinta, poco dopo però i ragazzi riescono a farsi ammettere fingendosi malati terminali.

I genitori non sono entusiasti e ritengono che la musica rock sia solo una banale e motivo di distrazione dei loro figli.

Inoltre, la montatura organizzata da Dewey viene scoperta e resa pubblica durante la riunione con i genitori dall’insopportabile fidanzata di Ned, così l’improvvisato insegnante fugge dalla scuola e viene licenziato.

Il mattino seguente i ragazzi della scuola vanno da Dewey, che aveva ormai abbandonato ogni speranza di coronare il suo sogno nel mondo del rock, e si presentano al concerto mettendo in scena una performance spettacolare.

Prima di loro si esibiscono i No Vacancy, ossia la vecchia band di Dewey; la gara viene vinta da questi ultimi, ma al pubblico, genitori inclusi, è piaciuta talmente tanto l’esibizione degli School of Rock che richiedono il bis.

Infine, Dewey verrà assunto come insegnante di musica rock nel doposcuola e Ned, dopo avere lasciato la fastidiosa fidanzata, diventa insegnante di chitarra.

Il film sovrappone genitori ricchi e rigidi che cercano di imporre dottrine e stili di vita ai propri figli, al rock nelle istituzioni.

 

L’arte del creare è sempre frutto di stimoli ai quali non possiamo sottrarci, un po’ come la felicità.

Credere in ciò che si fa, crederci veramente, e lottare sempre per conseguire il risultato, è il passe-partout per realizzare i propri sogni.

Un quadro per sottolineare quanto l’importanza della libertà possa fare la propria parte nel processo dell’abbattimento di stereotipi ancora troppo radicati. Un universo piatto ed omologato non ci permetterebbe mai di andare incontro a nulla di inaspettato. 

Non è giudicando che fondiamo un nuovo mondo, ma costruiamo una comunità migliore mettendo in discussione i ruoli, le identità e tante volte aprendo la mente senza sentire quel bisogno imminente di etichettare.

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THE BREAKFAST CLUB (1985)

Cinque studenti sono bloccati in una biblioteca durante il fine settimana, e costretti a svolgere un tema assegnato dal preside “Chi sono io?”.

Condividono le loro storie personali, riescono a vedersi oltre gli stereotipi e scoprono che dopotutto non sono poi così diversi e che tutti provengono da una situazione familiare difficile oppure da genitori che non li capiscono.

I ragazzi all’inizio sono aggressivi, spesso sbruffoni. Ma poco alla volta, i battibecchi cedono il passo ad un dialogo interiore.

I ragazzi prendono consapevolezza di loro stessi e si tolgono le maschere che indossano.

I dialoghi del film sembrano una desolante conferma che l’età adulta uccide i sogni e la libertà dell’adolescenza.

Ma in realtà viene dimostrato che non sono le sovrastrutture e la convenzioni della società a definire l’identità di ciascuno e non sono neanche le aspettative e il giudizio degli altri.

I cinque ragazzi non potranno evitare di crescere, ma possono decidere in che modo farlo.

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