I viaggi continui

La situazione casalinga però, non si può spiegare senza parlare della figura antologica di mio padre. Lui era un cioccolataio di altissimo livello, molto ricercato in tutto il paese e lavorava prettamente con la Davit Cioccolato a Torino, importante industria della città.

Il suo animo turbolento però, lo portava spesso a discutere con i datori di lavoro, optando per il licenziamento, forte delle sue capacità e del gran numero di richieste che aveva per le sue prestazioni.

Iniziammo quindi a viaggiare: Gorizia in Friuli, la Valle d’Aosta, Genova in Liguria e Caserta in Campania. Ho girato moltissime città seguendo il lavoro di mio padre, cosa che mi ha impedito di formare amicizie durature, a causa dei continui spostamenti. Intanto, avevo finito con fatica le elementari, e mi trovavo a scontrarmi a muso duro ogni giorno con gli insegnanti delle scuole medie: le difficoltà di apprendimento erano tali da farmi addirittura dubitare delle mie capacità intellettive.

La domanda che mi ponevo era: perché non riesco a capire questa cosa? La risposta era tante volte semplice e relativa al mio bisogno di praticità: non mi interessava altro che fare qualcosa di pratico che mi permettesse di lavorare.

A tredici anni dunque, ma madre decise di mandarmi in collegio dai Salesiani, un passaggio fondamentale perché mi ha insegnato un mestiere. Andavo a lavorare nei laboratori e facevo cose pratiche, tra biglietti da visita e copertine, ed ero molto molto bravo. Sono uscito a diciotto anni – in ritardo di due perché li avevo persi un po’ per i cambiamenti un po’ perché non studiavo.

Forse ero iperattivo? O forse la mia attitudine era più incline al lavoro? Studiandonon riuscivo ad avere dei riscontri.

Forse tutti questi spostamenti non facilitavano di certo il mio apprendimento.Cambiavo classi, insegnanti, compagni e metodi. Ogni stagione mi trovavo ad avere a chefare con persone differenti e nessun amico. In effetti ero uno straniero, e a quell’età sisentiva ancora di più il campanilismo della nostra provenienza.

Il bullismo fu infatti una delle piaghe principali della mia infanzia – se così possiamo chiamarla. Sia prima che durante il collegio, i continui viaggi non mi permettevano di integrarmi al meglio e i “locals” mi vedevano come un corpo estraneo a quello a cui erano abituati. Inoltre, ovunque andassi avevo un ottimo rapporto con le amiche, cosa che faceva incazzare i miei compagni ancor di più. Per questo ci picchiavamo molto forte, e a casa ovviamente non potevo dire nulla, a altrimenti molto probabilmente le avrei prese anche li.

Torniamo così al collegio, che iniziò quando avevo circa tredici anni: per approfondire – però – ti rimando alla sezione dedicata ai Salesiani.

Proseguiamo quindi con mio padre…

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